Giovedì, 18 Agosto 2005 - Sant'Elena, imperatrice  

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L'EREMO DELLE CARCERI DI ASSISI
L'Eremo delle Carceri di Assisi (da una foto dei primi del '900)
A sinistra ) Oratorio di Santa Maria (1215-1216), con affreschi di scuola umbra, al di sopra di altro affresco cimabuesco.
A destra) Grotta di San Francesco.

L'EREMO DELLE CARCERI DI ASSISI

Chi vuole conoscere pienamente lo spirito di Francesco d'Assisi, non deve cercarlo nelle grandi Basiliche di Santa Maria degli Angeli o di Assisi, ma soprattutto nel piccolo Romitaggio delle Carceri, perché è lassù che tutto è umile e povero, tutto è silenzio e preghiera, tutto è sorriso di terra e di cielo. Lassù tutto parla arcanamente di lui, dal piccolo oratorio in cui si ritirava a pregare, alle foglie della fittissima selva, le quali pare che bisbiglino ancora il suo nome, invocandolo e benedicendolo.
Il nome di "Carceri" non si addice assolutamente a questo luogo, dove non esistevano "carcerati", ma "reclusi, vale a dire "eremiti", che si appartavano nella solitudine e nella preghiera.
Al tempo di San Francesco esisteva, in loco, solo una piccola cappella, alcune grotte aperte nella roccia, e qualche "rifugio" costruito dai primi frati "in cannucce e fango".
L'Eremo sorge entro una splendida selva di lecci, a 791 m., sulle pendici del monte Subasio.
La prima cosa che si presenta, varcata la porta, è il "piccolo chiostro", che poi non è altro che una rustica terrazza triangolare, caratterizzata da due graziosi pozzi (uno dei quali, a detta della tradizione, fu fatto costruire da San Bernardino da Siena, per raccogliervi l'acqua, che si vuole fatta scaturire da San Francesco).
A destra del chiostrino s'innalza un muricciolo che serve da parapetto al sottostante abisso; di fronte è la chiesina col suo campanile a vela; a sinistra, il vecchio convento, fatto costruire, anche questo, in gran parte, da San Bernardino, e prima di lui, dal beato Paoluccio Trinci da Foligno, indiscusso "padre" dell'Osservanza francescana.
Da questo lato si apre la porta del refettorio (al di sopra della quale, in calco di calce, è il monogramma bernardiniano: JHS): una specie di grotta scavata in parte nel masso. Le rudi e tarlate panche ne rivelano l'antichità (si indica ancora il "posto" dove era solito sedere San Bernardino da Siena, colui che "sarebbe stato famoso anche senza diventare Santo"). Residui di affreschi cinque-seicenteschi (di uno soltanto si legge la data 1591), d'ignota mano, rivelano che la solitudine non inaspriva, ma apriva l'animo dei vecchi frati alla bellezza dell'arte "che a Dio quasi è nipote". Sopra il refettorio è il dormitorio dei frati, anch'esso in gran parte addossato al vivo scoglio.
Dal cortile, si accede ad una piccola chiesa quattrocentesca, dalle pareti annerite dal tempo; il modesto altare dell'edificio ha per pala un bel Crocifisso affrescato sul muro, dai caratteri lineari del '400. La storia di quest'opera è aureolata di leggenda.
Alla destra della chiesa, accanto ad un armadietto a muro - che conserva varie reliquie e cimeli francescani -, si apre una porticina, che immette in una piccolissima cappella: è il primitivo oratorio che Francesco trovò nascosto - e forse abbandonato - alle Carceri, quando ebbe in dono questo luogo dai Benedettini del monte Subasio, o, come altri sostengono, dal Comune di Assisi. Viene additato come la "più piccola chiesa del mondo". Dedicato a Santa Maria, l'ambiente vede, sopra un piccolo altare, un cinquecentesco dipinto a fresco, di scuola umbra, raffigurante una devota e sorridente Madonnina col Bambino in braccio; sotto sono i resti di un affresco cimabuesco.
Dietro alla cappellina è una minuta sacrestia, con paratoio e spazio appena sufficiente a contenere un "sacerdote col suo servente". A sinistra della stessa, salendo due gradini, si giunge al "coretto di San Bernardino", in cui i frati, dal tempo del Santo toscano (sec. XV), recitano, tuttora, l'Ufficio.
Uscendo dalla chiesina di Santa Maria, sulla destra è una specie di botola, attraverso la quale si discende, faticosamente, nella cosiddetta "Grotta di San Francesco", costituita da due vani: nel primo è il letto a cataletto, scavato nella nuda roccia, dove l'Assisiate era solito riposare; nell'altro il suo oratorio, dove abitualmente si ritirava in orazione. Qui, sopra un rozzo altarino, è il Crocifisso usato dal Santo nei suoi viaggi apostolici.
Uscendo dalla "Grotta di San Francesco", ci si imbatte in un profondo abisso, sopra al quale gira un altissimo arco. L'abisso si osserva anche attraverso una pietra traforata. Questo luogo è chiamato il "Buco del diavolo", perché è tradizione che da qui San Francesco avesse ricacciato il "maligno tentatore".
Poco oltre, a destra, è un antichissimo leccio. E' il cosiddetto "Albero degli uccelli", sul quale si vuole che i nobili volatili si posassero, spesso, a far sentire i loro canti al Serafico Patriarca, e a ricevere la sua benedizione.
Il leccio s'innalza dal fondo di un arido torrente, protagonista di una vecchia leggenda. Si narra, infatti, che le acque piovane raccolte nel suo letto, disturbassero con il loro rumore i frati che si ritiravano lassù a pregare. San Francesco volle rimediare a tale inconveniente, chiedendo alle acque di non scorrervi più. Da allora, quando piove, le acque s'infiltrano dentro il monte, e se riaffiorano sul torrente, il "fatto vien considerato come presagio di sventura. L'avvenimento si registra nelle cronache del convento e si denuncia in Comune".
Attraversando il rustico ponte costruito sul leggendario torrente, si può percorrere il largo ed ombrato viottolo, che s'inoltra, per circa 400 metri, sino al termine della selva.
Sulla sinistra, come nascosto in un anfratto del monte, è il piccolo monumento in bronzo del Rosignoli, rappresentante San Francesco e le tortore. Discendendo, a destra, sino all'arido torrente, si possono visitare: la "Grotta del beato Antonio da Stroncone" (fulgida figura del francescanesimo quattrocentesco), a forma di cunicolo, e la "Grotta del beato Bernardo da Quintavalle. Questo anfratto ricorderebbe il fatto narrato nel cap. III dei Fioretti ("Come per mala cogitazione che santo Francesco ebbe contro a frate Bernardo, comandò al detto frate Bernardo che tre volte gli andasse co' piedi in sulla gola e in sulla bocca").
Non lontana, oltre alla "Grotta" di Egidio, è la "Grotta del beato Silvestro", presso la quale, secondo gli autori dello Specchio di perfezione e dei Fioretti, si sarebbe decisa la vocazione dell'Ordine francescano all'apostolato (cf. I Fioretti, cap. XVI).
Facendo pochi altri passi si può vedere la "Grotta del beato Andrea di Spello", nella quale il servo di Dio meritò di essere visitato da Gesù Cristo, sotto le sembianze di vezzoso bambino.
Al di sopra del convento possono visitarsi le "Grotti" del beato Rufino - fornita di un piccolo altare per la Santa Messa -, e del beato Masseo, entrambi stimatissimi compagni di San Francesco.
Per recarsi presso queste, si passa davanti ad una cappellina isolata. E' la cappella dedicata a Santa Maria Maddalena, edificata nel sec. XV. In essa è sepolto il beato Barnaba Manassei di Terni († 1474), fondatore dei locali Monti di Pietà. Nel corridoio è conservata la grande croce usata nelle missioni da San Bernardino da Siena.
Prima di lasciare l'Eremo delle Carceri, debito accennare alla beata Anonima da Lucca, qui sepolta, in compagnia di uno stuolo di "santi frati": "Stando presso Assisi nel luogo chiamato le Carceri il santo frate Antonio da Fornaia, una monaca Cisterciense di Lucca (della quale non si conosce il nome e perciò chiamata Anonima) fu cacciata colle sue compagne dal monasterio di S. Cerbonio, al tempo che i Fiorentini assediavano quella città. Allora essa se ne fuggì, vestita da uomo, fino al Convento delle Carceri, ove domandò e vestì l'abito minoritico; ma dopo sei mesi di noviziato infermò gravemente. Prima di morire, ricevuti i sacramenti e fatta la solenne professione, confessò il suo secreto, che cioè era donna; indi si addormentò nel Signore, l'anno 1440, e fu seppellita nel sepolcro dei Frati" (Marco da Lisbona, Cronache …).


Rapporti tra Eremo delle Carceri e San Francesco d'Assisi:


I Cel., n. 71; Leg. maior, cap. X, n. 3; Leggenda dei tre Compagni, n. 12. Del comportamento dei frati negli eremi, in Fonti Francescane, (Editio minor 1986), n. 136-138; I Fioretti, capp.

di Paolo Rossi
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