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vuole conoscere pienamente lo spirito di Francesco d'Assisi,
non deve cercarlo nelle grandi Basiliche di Santa Maria degli
Angeli o di Assisi, ma soprattutto nel piccolo Romitaggio delle
Carceri, perché è lassù che tutto è
umile e povero, tutto è silenzio e preghiera, tutto è
sorriso di terra e di cielo. Lassù tutto parla arcanamente
di lui, dal piccolo oratorio in cui si ritirava a pregare, alle
foglie della fittissima selva, le quali pare che bisbiglino
ancora il suo nome, invocandolo e benedicendolo.
Il nome di "Carceri" non si addice assolutamente a
questo luogo, dove non esistevano "carcerati", ma
"reclusi, vale a dire "eremiti", che si appartavano
nella solitudine e nella preghiera.
Al tempo di San Francesco esisteva, in loco, solo una piccola
cappella, alcune grotte aperte nella roccia, e qualche "rifugio"
costruito dai primi frati "in cannucce e fango".
L'Eremo sorge entro una splendida selva di lecci, a 791 m.,
sulle pendici del monte Subasio.
La prima cosa che si presenta, varcata la porta, è il
"piccolo chiostro", che poi non è altro che
una rustica terrazza triangolare, caratterizzata da due graziosi
pozzi (uno dei quali, a detta della tradizione, fu fatto costruire
da San Bernardino da Siena, per raccogliervi l'acqua, che si
vuole fatta scaturire da San Francesco).
A destra del chiostrino s'innalza un muricciolo che serve da
parapetto al sottostante abisso; di fronte è la chiesina
col suo campanile a vela; a sinistra, il vecchio convento, fatto
costruire, anche questo, in gran parte, da San Bernardino, e
prima di lui, dal beato Paoluccio Trinci da Foligno, indiscusso
"padre" dell'Osservanza francescana.
Da questo lato si apre la porta del refettorio (al di sopra
della quale, in calco di calce, è il monogramma bernardiniano:
JHS): una specie di grotta scavata in parte nel masso. Le rudi
e tarlate panche ne rivelano l'antichità (si indica ancora
il "posto" dove era solito sedere San Bernardino da
Siena, colui che "sarebbe stato famoso anche senza diventare
Santo"). Residui di affreschi cinque-seicenteschi (di uno
soltanto si legge la data 1591), d'ignota mano, rivelano che
la solitudine non inaspriva, ma apriva l'animo dei vecchi frati
alla bellezza dell'arte "che a Dio quasi è nipote".
Sopra il refettorio è il dormitorio dei frati, anch'esso
in gran parte addossato al vivo scoglio.
Dal cortile, si accede ad una piccola chiesa quattrocentesca,
dalle pareti annerite dal tempo; il modesto altare dell'edificio
ha per pala un bel Crocifisso affrescato sul muro, dai caratteri
lineari del '400. La storia di quest'opera è aureolata
di leggenda.
Alla destra della chiesa, accanto ad un armadietto a muro -
che conserva varie reliquie e cimeli francescani -, si apre
una porticina, che immette in una piccolissima cappella: è
il primitivo oratorio che Francesco trovò nascosto -
e forse abbandonato - alle Carceri, quando ebbe in dono questo
luogo dai Benedettini del monte Subasio, o, come altri sostengono,
dal Comune di Assisi. Viene additato come la "più
piccola chiesa del mondo". Dedicato a Santa Maria, l'ambiente
vede, sopra un piccolo altare, un cinquecentesco dipinto a fresco,
di scuola umbra, raffigurante una devota e sorridente Madonnina
col Bambino in braccio; sotto sono i resti di un affresco cimabuesco.
Dietro alla cappellina è una minuta sacrestia, con paratoio
e spazio appena sufficiente a contenere un "sacerdote col
suo servente". A sinistra della stessa, salendo due gradini,
si giunge al "coretto di San Bernardino", in cui i
frati, dal tempo del Santo toscano (sec. XV), recitano, tuttora,
l'Ufficio.
Uscendo dalla chiesina di Santa Maria, sulla destra è
una specie di botola, attraverso la quale si discende, faticosamente,
nella cosiddetta "Grotta di San Francesco", costituita
da due vani: nel primo è il letto a cataletto, scavato
nella nuda roccia, dove l'Assisiate era solito riposare; nell'altro
il suo oratorio, dove abitualmente si ritirava in orazione.
Qui, sopra un rozzo altarino, è il Crocifisso usato dal
Santo nei suoi viaggi apostolici.
Uscendo dalla "Grotta di San Francesco", ci si imbatte
in un profondo abisso, sopra al quale gira un altissimo arco.
L'abisso si osserva anche attraverso una pietra traforata. Questo
luogo è chiamato il "Buco del diavolo", perché
è tradizione che da qui San Francesco avesse ricacciato
il "maligno tentatore".
Poco oltre, a destra, è un antichissimo leccio. E' il
cosiddetto "Albero degli uccelli", sul quale si vuole
che i nobili volatili si posassero, spesso, a far sentire i
loro canti al Serafico Patriarca, e a ricevere la sua benedizione.
Il leccio s'innalza dal fondo di un arido torrente, protagonista
di una vecchia leggenda. Si narra, infatti, che le acque piovane
raccolte nel suo letto, disturbassero con il loro rumore i frati
che si ritiravano lassù a pregare. San Francesco volle
rimediare a tale inconveniente, chiedendo alle acque di non
scorrervi più. Da allora, quando piove, le acque s'infiltrano
dentro il monte, e se riaffiorano sul torrente, il "fatto
vien considerato come presagio di sventura. L'avvenimento si
registra nelle cronache del convento e si denuncia in Comune".
Attraversando il rustico ponte costruito sul leggendario torrente,
si può percorrere il largo ed ombrato viottolo, che s'inoltra,
per circa 400 metri, sino al termine della selva.
Sulla sinistra, come nascosto in un anfratto del monte, è
il piccolo monumento in bronzo del Rosignoli, rappresentante
San Francesco e le tortore. Discendendo, a destra, sino all'arido
torrente, si possono visitare: la "Grotta del beato Antonio
da Stroncone" (fulgida figura del francescanesimo quattrocentesco),
a forma di cunicolo, e la "Grotta del beato Bernardo da
Quintavalle. Questo anfratto ricorderebbe il fatto narrato nel
cap. III dei Fioretti ("Come per mala cogitazione che santo
Francesco ebbe contro a frate Bernardo, comandò al detto
frate Bernardo che tre volte gli andasse co' piedi in sulla
gola e in sulla bocca").
Non lontana, oltre alla "Grotta" di Egidio, è
la "Grotta del beato Silvestro", presso la quale,
secondo gli autori dello Specchio di perfezione e dei Fioretti,
si sarebbe decisa la vocazione dell'Ordine francescano all'apostolato
(cf. I Fioretti, cap. XVI).
Facendo pochi altri passi si può vedere la "Grotta
del beato Andrea di Spello", nella quale il servo di Dio
meritò di essere visitato da Gesù Cristo, sotto
le sembianze di vezzoso bambino.
Al di sopra del convento possono visitarsi le "Grotti"
del beato Rufino - fornita di un piccolo altare per la Santa
Messa -, e del beato Masseo, entrambi stimatissimi compagni
di San Francesco.
Per recarsi presso queste, si passa davanti ad una cappellina
isolata. E' la cappella dedicata a Santa Maria Maddalena, edificata
nel sec. XV. In essa è sepolto il beato Barnaba Manassei
di Terni ( 1474), fondatore dei locali Monti di Pietà.
Nel corridoio è conservata la grande croce usata nelle
missioni da San Bernardino da Siena.
Prima di lasciare l'Eremo delle Carceri, debito accennare alla
beata Anonima da Lucca, qui sepolta, in compagnia di uno stuolo
di "santi frati": "Stando presso Assisi nel luogo
chiamato le Carceri il santo frate Antonio da Fornaia, una monaca
Cisterciense di Lucca (della quale non si conosce il nome e
perciò chiamata Anonima) fu cacciata colle sue compagne
dal monasterio di S. Cerbonio, al tempo che i Fiorentini assediavano
quella città. Allora essa se ne fuggì, vestita
da uomo, fino al Convento delle Carceri, ove domandò
e vestì l'abito minoritico; ma dopo sei mesi di noviziato
infermò gravemente. Prima di morire, ricevuti i sacramenti
e fatta la solenne professione, confessò il suo secreto,
che cioè era donna; indi si addormentò nel Signore,
l'anno 1440, e fu seppellita nel sepolcro dei Frati" (Marco
da Lisbona, Cronache
).
Rapporti tra Eremo delle Carceri e San Francesco d'Assisi:
I Cel., n. 71; Leg. maior, cap. X, n. 3; Leggenda dei tre Compagni,
n. 12. Del comportamento dei frati negli eremi, in Fonti Francescane,
(Editio minor 1986), n. 136-138; I Fioretti, capp.
di Paolo Rossi
paolorossi62@libero.it
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